I 60 anni di Francesco De Gregori, il 4 aprile

Il prossimo 4 aprile De Gregori compirà i suoi 60 anni, con una carriera lunga 40. Esce quindi nelle librerie una biografia di Claudio Fabretti, che analizza le numerose opere del celebre cantautore

Canzoni che fanno ancora presa sul pubblico, anche quello piu’ giovane, e che l’autore classifica in due filoni: quello lirico-letterario-fiabesco e quello narrativo-storico-politico, che pero’ spesso si intersecano tra loro. Dalle prime ballate folk agli album storici e alla dimensione concertistica dell’ultimo periodo, è un viaggio nel songbook degregoriano che si snoda attorno ai suoi principali nuclei tematici, in bilico tra personale e sociale, realta’ e fantasia.

Tenendosi sempre a rigorosa distanza di sicurezza dalle mode e dai rituali dello show business. Si parte dall’inizio: il diciassettenne Francesco De Gregori, infreddolito e preoccupatissimo, si infila nei vicoli di Roma , giu’ dalle pendici del Gianicolo. Sta per esibirsi per la prima volta con la sua chitarra.

Ad accompagnarlo e’ il fratello Luigi, alias Ludwig, cantautore country-folk. Destinazione, una cantina di via Garibaldi, il Folkstudio, ai tempi crocevia obbligato per ogni folksinger o aspirante tale. Scuola di musica ma anche di vita, officina di amicizie vere (Venditti, Lo Cascio e Bassignano).

”Avevo le dita congelate e non presi un accordo giusto sulla chitarra”, raccontera’, ”e a meta’ di Buonanotte Nina per l’emozione mi venne un groppo in gola e mi dovetti fermare e ricominciare da capo. Qualcuno in mezzo al pubblico comincio’ a tossicchiare, io diventai rosso e in qualche modo arrivai fino alla fine e scesi dal palco convinto che mai piu’ avrei accettato di salirci”.

Quello di De Gregori, ”dylaniano fino al midolllo”, e’ un percorso che, lungo le curve della memoria, attraversa le fasi piu’ oscure e controverse della storia italiana: dal fascismo agli anni di piombo, da Piazza Fontana a Tangentopoli. Non solo. Perche’ nei suoi versi si e’ compiuta anche una rivoluzione lessicale decisiva per la canzone italiana.

Dalle sue prime canzoni d’amore, ”virate a tinte fosche”, secondo la lezione di De Andre’, altro suo grande modello, come ‘Rosso Corallo’. Passando per ‘Pezzi di vetro’ e ‘Alice non lo sa’, che fara’ decollare la sua carriera, liberandolo dall’abbraccio protettivo del Folkstudio.

Nelle sue canzoni d’amore, forse si e’ ”consumata la sua piu’ importante rivoluzione semantica e concettuale”. ‘Rimmel’ e’ l’archetipo di questo nuovo approccio basato sulla rottura degli argini angusti del rapporto di coppia, in cui l’amore e’ l’unica prospettiva di salvezza, ma anche una possibile dannazione permanente. Mai un addio era stato raccontato in modo cosi’ tagliente (”ora le tue labbra puoi spedirle a un indirizzo nuovo e la mia faccia sovrapporla a a quella di chissa’ chi altro”).

Esattamente l’opposto di quel che andranno vaneggiando quei critici che imputeranno all’intero Rimmel un eccesso di svenevolezza e romanticismo”, scrive Fabretti. Ma all’epoca mescolare politica e sdolcinatezze ”non rientrava nello schema del cantautore impegnato”, spieghera’ De Gregori .

Seconda, per fraintendimenti, alla sola Viva l’Italia, un’altra ballata sentimentale dell’album, Buonanotte Fiorellino, che restera’ una delle canzoni piu’ amate/odiate di De Gregori. ”Inchiodato per chissa’ quanto tempo ancora allo stereotipo del cantautore con la k, del vate dell’impegno e del rigore, attaccato altrettanto spesso, da sinistra, per la presunta leziosita’ di alcuni suoi testi”, De Gregori, sottolinea l’autore, e’ sempre andato avanti a testa bassa, incurante dei fraintendimenti e dei significati a perdere.

Il cantautore romano ”insospettisce subito i pasdaran della sinistra. E’ comunista, ma non abbastanza. Del resto, quel suo sussiego altezzoso e aristocratico e’ gia’ un indizio di eterodossia. Poi e’ borghese, piace alle ragazze. In piu’, fatto ancor piu’ imperdonabile, comincia a vendere molti dischi”.

Dopo 40 anni sul palco, ora il Principe sembra piu’ affabile con il pubblico, meno serioso e ingessato. In un’intervista di qualche anno fa ha confessato: ”Ora mi da’ meno fastidio incontrare la gente, ho imparato l’autoironia. O forse da domani tornero’ ad essere la solita testa di cazzo”.

Elisabetta Malvagna
 
  

 

 

 

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